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speciale 150 anni dell'Unità d'Italia

speciale 150 anni dell'Unità d'Italia - Insegnanti Efficaci

Speciale 150 dell'Unità d'Italia

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Speciale per i 150 anni dell'Unità d'Italia

Speciale per i 150 anni dell'Unità d'Italia - Insegnanti Efficaci

 

 150 anni dell’Unità d’Italia


 
La vera conquista è la cultura 

 
La vera vittoria è una costante educazione,

 
la vera risorsa è la scuola, 

i veri agenti di cambiamento

gli insegnanti efficaci

 
Raccolta di citazioni e interventi di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica italiana, e di Carlo Azeglio Ciampi, già Presidente della Repubblica Italiana.
A cura di Adriano Lonza
a.lonza52@libero.it
 
 
 
"Senza educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquistar coscienza dei vostri diritti; non potete ottenere quella partecipazione nella vita politica senza la quale non riuscirete ad emanciparvi; non potete definire a voi stessi la vostra missione. L’educazione è il pane delle anime vostre.”
 
Giuseppe Mazzini, Doveri dell’uomo
 
 
“L’idea di Patria passa anche da qui, dall’identità delle culture che, per essere conosciute vanno studiate. Lo studio è un impegno serio, ma anche esercizio di libertà, conquista perché allarga le nostre conoscenze e consente di affermare la nostra persona”.
 
Discorsi di Carlo Azeglio  Ciampi  in Non è il Paese che sognavo. Taccuino laico per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Colloquio con Alberto Orioli
 
“Non bisogna mai dimenticare l’importanza primaria che la Repubblica Italiana e le sue istituzioni attribuiscono alla cultura e alla ricerca scientifica. Entrambe, infatti, sono valori collettivi che la nostra Costituzione repubblicana riconosce, impegnandosi a promuoverne lo sviluppo e ad assicurarne la tutela (…). La conoscenza - secondo la migliore tradizione illuministica – (…) trova il proprio naturale fondamento  nella libertà, cioè nella capacità dell’individuo di valersi del proprio intelletto, rifiutando di sottomettere la propria ragione a dogmi astratti. Al tempo stesso la conoscenza è imprescindibile e irrinunciabile fattore di libertà, poiché Ragione e Scienza rappresentano quelle virtù civili indispensabili per liberare l’umanità dall’ignoranza, dalla superstizione, dall’ingiustizia, dal dispotismo e da ogni forma di violenza  connessa con l’arbitrio e il cieco fanatismo. La cultura e l’uso critico della ragione sono, dunque, alla base dell’affermazione del diritto sia in ambito nazionale che internazionale, e sono cardini del progresso dell’umanità: un progresso  che può dirsi tale solo a condizione di considerare l’essere umano sempre come fine e mai come mezzo”.
Discorsi di Carlo Azeglio  Ciampi, testo citato

Si è, così, discusso innanzitutto sulla datazione del configurarsi e affermarsi di una lingua italiana e del suo valore identitario in assenza - o nella lentezza e difficoltà del maturare - di  una unione politica del paese.
 
"Quando, senza nascondersi la complessità del tema della nazione italiana, delle sue più lontane radici e del suo rapporto col movimento per la nascita, così tardiva, di uno Stato nazionale unitario, si è messo in evidenza quale impulso sia venuto dalla forza dell'italiano come lingua della poesia, della letteratura, e poi del melodramma al crescere di una coscienza nazionale. Il movimento per l'Unità non sarebbe stato concepibile e non avrebbe potuto giungere al traguardo cui giunse se non vi fosse stata nei secoli la crescita dell'idea d'Italia, del sentimento dell'Italia. De Sanctis richiama Machiavelli che "propone addirittura la costituzione di uno grande stato italiano, che sia baluardo d'Italia contro lo straniero" e aggiunge : "Il concetto di patria gli si allarga. Patria non è solo il piccolo comune, ma è tutta la nazione". La gloria di Machiavelli - conclude De Sanctis - è "di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli della società moderna e della nazione italiana, destinati a svilupparsi in un avvenire più o meno lontano, del quale egli tracciava la via".
 
"Quell'avvenire era ancora molto lontano. Secoli dopo, nella prima metà dell'Ottocento, si sarebbe determinato - è ancora De Sanctis che cito, dal capitolo conclusivo della sua "Storia", - "il fatto nuovo" del formarsi "nella grande maggioranza della popolazione istruita", di "una coscienza politica, del senso del limite e del possibile" oltre i tentativi insurrezionali falliti, oltre "la dottrina del «tutto o niente»".
 
E se con il progredire della coscienza e dell'azione politica, si giunge a "fare l'Italia" nel 1861, fu tra il XIX e il XX secolo, come qui ci si è detto in modo suggestivo e convincente, che cominciarono a circolare libri capaci di proporsi "come strumenti di educazione e formazione della rinata Italia". Tuttavia, la strada da fare restò lunga.A conferma della nostra volontà di celebrare il centocinquantesimo guardandoci dall'idoleggiare lo Stato unitario quale nacque e per decenni si caratterizzò, si è stamattina qui crudamente ricordato come solo nel primo decennio del '900 - nel decennio giolittiano - si produsse una svolta decisiva per la crescita dell'istruzione pubblica, per l'abbattimento dell'analfabetismo, e più in generale, grazie alla scuola, per un progressivo avvicinamento all'ideale - una volta compiuta l'unità politica - di una lingua scritta e parlata da tutti gli italiani. Di qui anche lo sviluppo di una memoria condivisa nel succedersi delle generazioni (…). Ed è dunque giusto, nel bilancio dei 150 anni dell'Italia unita, porre al massimo l'accento su quel che ha rappresentato l'età repubblicana, a partire dall'approccio innovativo e lungimirante dei padri costituenti, che si tradusse nella storica conquista dell'iscrizione nella nostra Carta del principio dell'istruzione obbligatoria e gratuita per almeno otto anni. Molti princìpi iscritti in Costituzione hanno avuto un'attuazione travagliata e non rapida: ciò non toglie che essi abbiano ispirato in questi decenni uno sviluppo senza precedenti del nostro paese e che restino fecondi punti di riferimento per il suo sviluppo a venire.
Non idoleggiamo il retaggio del passato e non idealizziamo il presente. I motivi di orgoglio e fiducia che traiamo dal celebrare l'enorme trasformazione e avanzamento della società italiana per effetto dell'Unità e lungo la strada aperta dall'Unità, debbono animare l'impegno a superare quel che è rimasto incompiuto (siamo - ha detto Giuliano Amato - Nazione antica e al tempo stesso incompiuta) e ad affrontare nuove sfide e prove per la nostra lingua e per la nostra unità. E infatti anche di ciò si è parlato nel nostro incontro guardando sia alle ricadute del fenomeno Internet sulla padronanza dell'italiano tra le nuove generazioni sia alle spinte recenti per qualche formale riconoscimento dei dialetti. Eppure, a quest'ultimo proposito, l'Italia non può essere presentata come un paese linguisticamente omologato nel senso di una negazione di diversità e di intrecci mostratisi vitali ; e nessuno può peraltro pretendere di oscurarne l'unità di lingua faticosamente raggiunta. Bene, in questo spirito possiamo e dobbiamo mostrarci - anche presentando al mondo quel che abbiamo costruito in 150 anni e quel che siamo - seriamente consapevoli del nostro ricchissimo, unico patrimonio nazionale di lingua e di cultura e della sua vitalità, riconoscibile nel mondo ; e seriamente consapevoli del duro sforzo complessivo da affrontare per rinnovare - contro ogni rischio di deriva - il ruolo che l'Italia è chiamata a svolgere in una fase critica, e insieme ricca di promesse, di evoluzione della civiltà europea e mondiale”.
Giorgio Napolitano, Intervento all’incontro su “La lingua italiana fattore portante dell’identità nazionale” 

"Cosa c’è di più lampante di una lingua che dura da otto secoli (pur cambiando e modernizzandosi) per dimostrare il senso profondo dell’unità di un popolo che ha solo tardato a farsi unità di Stato?........ A differenza che per altri nazioni, l’italiano non è nato come lingua di una capitale magari imposta all’intero territorio con le armi. È nata da un libro, dalla convergenza di circa settanta dialetti e linguaggi dell’epoca nel valore incommensurabile del testo di Dante. La lingua di un poeta ha unificato la gente italiana nel crogiolo di una medesima cultura, poi di una nazione”.

Discorsi di Carlo Azeglio  Ciampi, testo citato 
 
“Il moto unitario cresceva dal basso, scaturiva dal seno della società civile e non solo dai disegni di ristretti vertici politici (…). Senza l'apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la spedizione dei Mille. Esso rifletteva il diffondersi di quel sentimento di italianità che poi affratellò gli imbarcati sulle due navi dirette in Sicilia (…). Italiani che si sentivano italiani e che accorrevano là dove altri italiani andavano sorretti nella lotta per liberarsi e ricongiungersi a un’Italia finalmente unificata (…). È giusto ricordare i vizi d’origine e gli alti e bassi in quella costruzione, mettere a fuoco le incompiutezze dell’unificazione italiana e innanzitutto la più grave tra esse che resta quella del mancato superamento del divario tra nord e Sud. E' giusto anche riportare in luce filoni di pensiero e progetti che restarono sacrificati nella dialettica del processo unitario e nella configurazione  del nuovo Stato (…). Non è però retorica reagire a tesi storicamente infondate come quelle di chi vorrebbe un'unificazione dell'Italia a metà. Tanto meno è retorica recuperare motivi di fierezza e di orgoglio nazionale: ne abbiamo bisogno, ci è necessaria questa più matura consapevolezza storica comune, anche per affrontare con la necessaria fiducia le sfide che attendono e già mettono alla prova il nostro Paese, per tenere con dignità il nostro posto in un mondo che è cambiato e che cambia (…).
 
L’impegno a lavorare per la soluzione dei problemi oggi aperti dinanzi a noi si nutre di un più forte senso dell’Italia e dell’essere italiani, di un rinnovato senso della missione per il futuro della nazione.  Ieri volemmo farla una e indivisibile, come recita la nostra Costituzione, oggi vogliamo far rivivere nella memoria e nella coscienza del paese le ragioni di quell’unità e indivisibilità come fonte di coesione cosciale, come base essenziale di ogni avanzamento tanto del Nord quanto del Sud in un sempre più arduo contesto mondiale. Così, anche nel celebrare il 150°, guardiamo avanti, traendo dalle nostre radici linfa fresca per rinnovare tutto quel che c’è da rinnovare nella società e nello Stato”.

 

Giorgio Napolitano, discorso in occasione inizio celebrazioni per il 150° il 5 maggio, per partenza dei Mille da Quarto
 
 
 
“Il problema di oggi non è più il superamento dell’analfabetismo che fu la priorità del primo   governo      dell’Italia unita. Noi oggi, dobbiamo impegnarci perché la scuola, intesa nel suo senso più esteso, sia, oltre che la palestra per formare i nuovi cittadini dell’Italia nell’Europa, anche il momento di creazione dei valori e dei principi di cittadinanza. Oltre che naturalmente  l’occasione per affinare conoscenze da utilizzare in futuro nella vita lavorativa. Questa è la vera sfida alla modernità e, va detto subito, non sempre è vero che viene vinta, se un terzo e più di giovani resta senza lavoro, giovani magari con titoli di studio elevati ma inspiegabilmente inutilizzabili sul mercato del lavoro(…). 
 
Che cos’è la scuola? È la formazione alla vita, che non è solo lavoro, perché è anche vita collettiva, e quindi i tanti altri rapporti con i propri vicini, con i propri compagni di lavoro, con l’intera società. Quindi la scuola ha questo compito di formazione dell’uomo, al di là dello specifico professionale (…).
 
Con il passare degli anni il ricordo della scuola, e anche quello che di positivo la scuola lascia in ognuno di noi, è legato proprio al ricordo visuale dell’insegnante. Le sue parole, magari anche quei modi di dire, che spesso noi ragazzi prendevamo in giro, restano fondamentali. Quindi che mai manchi il rapporto quotidiano fra l’insegnante e lo studente. Si può far tutto, si potrà prendere un diploma solamente studiando online; si potrà avere una capacità di conoscenza specifica altrettanto buona e forse anche migliore sotto il profilo della quantità delle nozioni che si apprendono, ma mancherebbe quello che il contatto umano, quello che comprendi ascoltando e guardando negli occhi chi ti impartisce le lezioni, chi ti interroga. Questo è qualche cosa che non potrà mai venire meno.”
 
Discorsi di Carlo Azeglio  Ciampi, testo citato
 
 


Mozione per la Concordia

Mozione per la Concordia - Insegnanti Efficaci

Mozione per la concordia

Secondo i valori costituzionali della Repubblica Italiana

Ovvero “costruire percorsi di pedagogia attiva nella scuola dell’autonomia”
di Adriano Lonza
a.lonza52@libero.it


Nella scuola si educano gli alunni al rispetto dell'ambiente, ai valori di solidarietà, al rispetto delle diversità, al primato della pace, alla difesa dei beni comuni.

Il firmatario della presente mozione ritiene opportuno che, per affrontare un percorso  di cooperazione attiva, principio basilare per una scuola di qualità, si debba porre l’insegnamento, punto nodale su cui ruota la scuola, al centro di un reticolo formativo e di attenzioni comuni. Credo che l’interesse di tutti i componenti del Collegio dei Docenti  e del Consiglio di Circolo sia garantire il costante miglioramento delle figure professionali degli insegnanti, i quali, in momenti di cooperazione e concordia, possono offrire migliori percorsi di qualità, utili all’andamento positivo degli alunni e al miglioramento delle relazioni interne e la crescita omogenea, culturalmente valida degli alunni. In tempi duri della scuola italiana, per la mancanza di regole certe e definite, per l’ambiguità delle norme e dei provvedimenti emanati da organi superiori occorre assolutamente porre fine a questioni che possano riguardare la supremazia dei gruppi o tra le persone, e, pensare ad un Circolo che si affermi solo per una “posizione pedagogica” nel territorio circostante. La professionalità docente, ricchezza assoluta della scuola, pone tutti gli insegnanti in un gruppo di pari dove vi sono persone competenti con la medesima autorevolezza, dignità e responsabilità. Il segno distintivo del circolo può solo essere la continua preparazione, il costante e incessante uso dell’aggiornamento e dell’auto-aggiornamento, la correttezza dei rapporti tra pari e tra insegnanti e genitori, la voglia di sperimentare percorsi nuovi di docenza, una continua e incessante opera di mediazione tra contenitori e contenuti culturali, un rapporto sempre sereno con gli organi superiori, nella convinzione di operare per una trasparente relazione tra docenti, alunni, genitori e dirigenza. Essere genitori, oggi, non è un compito facile per le continue interferenze di una società  tendente al narcisismo e all’egoismo dove le parole chiave sono: “tutto voglio e tutto posso” o  “tutto e subito”. La scuola è un ambiente privilegiato per operare mutamenti o apprendimenti sociali nuovi. La collaborazione con la scuola, senza sovrapposizioni nel difficile compito degli insegnanti, diventa la chiave  di volta di un cambiamento sostanziale. Gli insegnanti lavorano per il bene dei bambini che frequentano la scuola. La scuola diventa il luogo preferito di un progetto culturale di concordia e di collaborazione per la crescita delle nuove generazioni. Ci si chiede, infatti, tutti insieme  che cosa voglia significare educare in questo  contesto. Quali valori? Quali processi? Quali contenuti? L’educazione è un’azione complessa che non può essere affidata solo all’intuizione innata. Ha bisogno di riflessività, e anche di consapevolezza dei suoi fondamentali: l’intenzionalità, l’asimmetria, la relazione, la proposta, il dialogo, il coinvolgimento in un’esperienza di vita, l’accompagnamento, l’autorevolezza…. Ha bisogno della maturità di gestire un processo con consapevolezza, con padronanza di sé, con impegno, data la fatica che l’educazione comporta. Ha bisogno anche di preparazione ad assumere i compiti che essa realizza in forme diverse nelle diverse età della vita.

Riprendiamoci la scuola della concordia e tutti insieme operiamo cambiamenti per migliorare i nostri circoli.

 

 

 

 


 


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ECCO PERCHE' VOGLIAMO RITENERCI FIERAMENTE PORTATORI SANI DI CULTURA

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  • 19/04/14
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