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Filosofie e metodologie


Pagine di ricerca metodologica

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pagine di ricerca metodologica

 

UNA DIDATTICA ORIENTATA ALLA RESILIENZA COME PREPARAZIONE DEGLI ALUNNI ALLA CAPACITÀ DI RESISTERE E SUPERARE LE DIFFICOLTÀ DELLA VITA QUOTIDIANA E USCIRNE RINFORZATI  E TRASFORMATI

studio, ricerca e realizzazione

a cura di Adriano Lonza

a.lonza52@libero.it

Per iniziare a comprendere meglio quale argomento stiamo trattando ci dobbiamo porre subito una domanda:

Quale desiderio ogni insegnante nutre per i propri alunni?

Desidera il successo formativo, la soddisfazione nella futura vita professionale, solide ed intelligenti amicizie. Per realizzare tali obiettivi, però, gli alunni avranno bisogno di una forza interiore che li renda atti alle sfide che incontrano giorno dopo giorno. La capacità a “farcela”  superando ostacoli, problemi ed eventuali sconfitte si chiama “resilienza”. La resilienza consente al  bambino di gestire con efficacia lo stress e le difficoltà, di far fronte alle sfide di ogni giorno, di riaversi dalle delusioni, dalle avversità e dai traumi, di sviluppare obiettivi chiari e realistici, di risolvere  i problemi, di relazionarsi facilmente con gli altri e trattarli con rispetto. Se gli insegnanti prendono coscienza di ciò, allora tutte le loro interazioni con gli alunni possono essere orientate a rafforzare questa disposizione mentale. In effetti, proprio come si proteggono i bambini contro le malattie fisiche, ci si dovrebbe sforzare di immunizzarli dalle sfide che affronteranno, e  lo si può fare stimolando una disposizione mentale resiliente.

Cos’è la resilienza?

Gli studiosi di psicologia segnalano da sempre quanto siano persistenti le impressioni e le esperienze della prima infanzia. Eppure è dimostrato che non necessariamente episodi frustranti vissuti durante l'infanzia condizionino in maniera negativa lo sviluppo del bambino. Gli esiti dannosi prodotti dalle sofferenze possono essere, infatti, mitigati, non soltanto grazie a successive esperienze positive, ma anche in virtù di un’innata capacità di resistenza alle difficoltà della vita: la resilienza. Resilienza è un termine che deriva dal latino resalio, iterativo di salio, che significa saltare, rimbalzare. In fisica indica la capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi, a pressioni o sollecitazioni fortissime, senza spezzarsi, né modificare la propria struttura. Il suo contrario è la fragilità. In ecologia e in biologia la resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno. In informatica è la qualità che permette ad un sistema di continuare a funzionare a dispetto di anomalie legate ai difetti di uno o più dei suoi elementi costruttivi. Nell’ambito delle scienze sociali “la resilienza corrisponde alla capacitá umana di affrontare le avversitá dell'esistenza, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato”. La parola resilienza viene associata molte volte alla tensione, allo stress, all’ansia o a situazioni traumatiche che colpiscono durante la vita. Alcuni  approfondimenti sulla resilienza si occupano solo dei bambini maltrattati e abbandonati, ma la resilienza è una proprietà fondamentale anche in quei bambini che vivono una vita “normale”, ma che sono vittime di comportamenti  indifferenti. Infatti, se un comportamento non è considerato dannoso, difficilmente si oppone una resistenza e dunque è difficile che si sviluppi un certo tipo di resilienza. La resilienza è, pertanto, una capacità dell’uomo inseparabilmente legata alla conferma di trovarsi in una situazione negativa, ma anche alla percezione delle proprie capacità e al desiderio di superare le negatività. Le competenze metacognitive e i loro elementi costitutivi, che sono presenti in ogni essere umano, saranno usate dalla persona come un sistema immunitario. Infatti la resilienza funziona in modo simile a questo sistema: la prima utilizzerà le esperienze negative, il secondo gli agenti patogeni, per crearsi delle difese in grado di affrontare nuovi attacchi. Come il sistema immunitario si costruisce una solida gamma di anticorpi, così la resilienza può essere sviluppata e stimolata nell’infanzia proprio attraverso il rapporto con l’altro e con l’ambiente. Non sono solo le persone che hanno subito un trauma ad acquisire le competenze per divenire resilienti, ma anche coloro che vivono una vita abbastanza tranquilla. Educare alla resilienza è quindi possibile e auspicabile durante l’infanzia, ma anche nelle diverse tappe dello sviluppo, stimolando le aree affettiva, cognitiva e del comportamento, affinché il bambino impari a far tesoro dei propri errori e problemi, a trasformarli in propositi e azioni positive.

Ma quali sono le caratteristiche della resilienza e quindi le aree da sviluppare per favorirla?

I meccanismi resilienti possono essere così distinti :

  •    l’introspezione, cioè la capacità di esaminare sé stesso, porsi delle domande e rispondersi con sincerità, riconoscere i propri sentimenti ed emozioni;
  •        l’indipendenza, cioè la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dai problemi;
  •        l’interazione, cioè la capacità di stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone;
  •        l’iniziativa o la capacità di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli; quindi la consapevolezza di esercitare una qualche forma di controllo su quanto accade nella vita;
  •        la creatività o la capacità di creare ordine, bellezza e obiettivi partendo dal caos e dal disordine;
  •        il senso dell’umorismo, cioè la disposizione dello spirito all’allegria, che permette di allontanarsi dal punto focale della tensione e rendere circoscritti gli avvenimenti che ci colpiscono;
  •        i valori morali accettati da una società in un’epoca determinata e che ogni persona interiorizza nel corso dell’esistenza, o la capacità di trovare un senso alla vita e al dolore, permettendo l’ identificazione di soluzioni alternative alla sofferenza.
  •        l'autostima, effetto dell’autoefficacia percepita e della consapevolezza di essere amati integralmente.

Una didattica orientata

Per educare un bambino alla resilienza occorre sviluppare in lui determinati aspetti dell’intelligenza emotiva e permettergli di crearsi una rete di rapporti significativi. È infatti il bambino che dovrà condurre la sua vita, nel modo più autonomo possibile, secondo le proprie aspirazioni e inclinazioni, anche grazie alle competenze e agli strumenti che gli adulti avranno saputo trasmettergli. L’azione dell’educare, in genere, comprende l’esibizione di comportamenti, pensieri e azioni che possano essere appresi nel tempo, grazie soprattutto all’esempio, ma anche  a un’educazione orientata allo sviluppo delle caratteristiche resilienti: emotive, relazionali e cognitive.  Sviluppare negli alunni la resilienza li aiuta a gestire lo stress, i sentimenti di ansietà e di incertezza. Essere resilienti non significa essere immuni da debolezze o difficoltà. Significa solo saper affrontare traumi e perdite, oltre  che a saper condividere quelli degli altri. Comprendere i meccanismi della resilienza è importante per quanti, genitori e insegnanti, si rivolgono ai bambini: molto spesso, infatti, le parole e l'affetto di un adulto sono fondamentali per superare un trauma e dare sicurezza, così come ignorare una crisi o non rispondere a un momento di difficoltà possono dare inizio a una strada contrassegnata dalla vulnerabilità e dalla rinuncia. Ogni bambino, così come ogni adulto, ha però in sé le energie per reagire e resistere ai problemi e alle complessità della vita, purché ne veda il senso e trovi un appiglio per ritrovare la giusta direzione. É  possibile individuare delle aree di intervento e competenze emotivo-relazionali intorno a cui far ruotare gli obiettivi pedagogici e l’attività didattica; proviamo a delinearne alcune:

• avere un senso si sicurezza,

• sapere creare e mantenere relazioni sociali,

• avere cura della propria persona,

• sviluppare delle competenze e la sensazione di essere competenti,

• guardare le cose in prospettiva e mantenere uno sguardo ottimista,

• sapersi adattare al cambiamento, affrontare rischi e responsabilità,

• saper rielaborare il trauma, porsi degli obiettivi e lavorare per raggiungerli.

Questi elementi  educativi possono essere sviluppati a scuola, ma non c’è un metodo unico: lo sviluppo della resilienza è una navigazione personale, perché le persone non reagiscono tutte allo stesso modo agli eventi traumatici e stressanti della vita. Un criterio per la costruzione della resilienza, può non funzionare su tutti: le persone usano svariate strategie anche in base al clima culturale a cui appartengono. Per questo una didattica orientata alla resilienza deve essere quanto mai individualizzata e personalizzata. L’individualizzazione deve essere intesa come adeguamento dell’insegnamento alle possibilità di adattamento cognitivo dell’alunno e ulteriormente come l’insieme delle strategie che possono permettere a ogni studente di alimentare i propri talenti e le proprie forme di intelligenza. Inoltre, è indispensabile organizzare la formazione anche in ambienti di tipo cooperativo, cioè in un quadro in cui l’apprendimento è il prodotto di una “impresa collettiva”, di una scuola- comunità che, potenziando la dimensione sociale e affettiva dei gruppi, favorisce lo sviluppo del livello di autostima e l’immagine che l’alunno ha di sé. Non c’è quindi una modalità standard per insegnare la resilienza, ma certamente c’è un modo per ricercarla con l’ascolto  delle esigenze del bambino, attraverso lo studio e la ricerca di metodi e attività didattiche adatte a queste necessità. L’unione di intenti degli insegnanti che ruotano intorno a bambino è fondamentale, ma anche la fermezza di ogni insegnante di perseguire i propri obiettivi, che si trova solo nello studio, nell’esperienza e nella competenza.

 

Personale efficiente, tecnologie moderne, scuole in decadenza. Come mai?

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Con gli occhi e il cuore di don Milani

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Con gli occhi e il cuore di don Milani 

Considerazioni in apertura del nuovo anno scolastico 2016/17 

di Michele Pace* - Ricostruire a posteriori il pensiero di una qualsiasi persona risulta essere indubbiamente complicato. Questa operazione inoltre appare un’impresa a dir poco ciclopica se si tratta di farlo rispetto ad un uomo il cui “carattere era, per natura, estraneo ai modi consueti con cui la personalità umana si apre agli altri per donare o per accogliere, o si slarga nella molteplice esperienza facendosi molteplice”. Così infatti Ernesto Balducci descrisse don Lorenzo Milani a qualche anno dalla sua morte. Nondimeno sono persuaso che, leggendo questo mio articolo, lo stesso prete fiorentino non solo sarebbe andato su tutte le furie, ma avrebbe già messo in moto la creatività dei suoi ragazzi per rispondere a questo mio scritto con la solita puntualità e precisione.

Sì, perché citare don Lorenzo Milani associandolo al concetto di “inizio anno scolastico”, risulterebbe non solo metodologicamente scorretto, ma, ai tempi che furono, avrebbe esposto chiunque alla pungente osservazione da parte dei ragazzi di Barbiana che: “A Barbiana tutti andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino al buio, estate e inverno”. Cioè sempre.
Provando perciò a ragionare a partire dalle le nostre categorie e attenendoci alle nostre scadenze, non possiamo non ricordare all’inizio di questo anno scolastico appunto che il 26 giugno 2017 celebreremo il cinquantesimo anniversario della morte del Priore di Barbiana e soprattutto (lo stesso don Lorenzo ci avrebbe tenuto sicuramente di più) un mese più tardi il cinquantesimo della pubblicazione di
 Lettera a una professoressa. 

Questi anniversari non possono e non devono sfuggire agli “addetti ai lavori” del comparto scuola (presidi, insegnati, personale, alunni, genitori), non per aggiungere altre targhe alle molte che troviamo appese sulle pareti di tanti nostri istituti, ma per ricordare e cercare di rilanciare alcuni nodi fondamentali che l’esperienza di Barbiana ha lasciato in eredità alla nostra scuola e che nonostante gli anni non sono stati ancora pienamente recepiti. Lo diciamo nella consapevolezza sostenuta dalle parole del già citato Ernesto Balducci, amico e profondo conoscitore del pensiero di don Milani, che ebbe a dire: “Sarebbe assurdo assumere la scuola di don Milani come modello per la scuola italiana […]. Non è una esperienza imitabile”. Le ragioni di questo le spiega lo stesso Balducci quando aggiunge: “Almeno due ragioni impediscono questa operazione. La prima è che la scuola di don Milani è: don Milani […]. L’altra è una ragione di tipo oggettivo: la scuola istituzionale non può essere una scuola spontaneistica”. Tuttavia non possiamo non riconoscere alla Scuola popolare di Barbiana il merito di aver messo al centro del dibattito pubblico sulla scuola, ancora troppo legata in quel tempo alla cosiddetta Riforma Gentile e ad una struttura scolastica gerarchica e centralistica, alcune attenzioni fondamentali. Proviamo a sintetizzarle così: 

  • Anzitutto la scuola come strumento di uguaglianza sociale. Una scuola capace, cioè, di dare ai ragazzi e ai giovani quegli strumenti conoscitivi e linguistici con i quali poter comprendere e interagire con la società esistente e far fronte alla classe che ha delle responsabilità oggettive rispetto queste disuguaglianze sociali. 
  • Importante è anche la concezione del processo educativo come fatto comunitario. Nella scuola, infatti, secondo il modello milaniano, il processo educativo non può essere inteso soltanto come un processo discendente e quindi gerarchico, dal maestro all’alunno; ma la scuola può e deve essere intesa soprattutto come ricerca comune, in cui anche il maestro diventa discepolo del sapere. 
  • La scuola di Barbiana è stata inoltre un laboratorio nel quale si sono messe al centro anche quelle culture cosiddette sommerse, che la scuola oggi come allora sottovaluta, ma che potrebbero essere, se valorizzate, il contributo più bello e prezioso che le classi sociali più povere ed emarginate possono offrire alla nostra società. Di conseguenza vi è tutta la riabilitazione della componente creativa di ciascun ragazzo, che non è un contenitore da riempire, ma un mondo da accogliere, capire e valorizzare. 
  • Accanto a questo mi permetto di rilanciare un ultimo flash che mutuo direttamente dalla figura dello stesso don Milani e del suo modo del tutto personale di essere maestro, approccio fotografato soprattutto nelle ultime pagine di Lettera a una professoressa. Questo riferimento ci ricorda che l’essere maestri è un’arte che s’impara con l’esperienza ma che richiede anche una scelta di vita particolare (che per i credenti possiamo definire “vocazionale”). Sebbene infatti spesso si punta l’attenzione da parte degli insegnanti sulle difficoltà di questo lavoro, non ci può sfuggire l’importanza di essere sempre strumenti di crescita per i ragazzi che ci vengono affidati. 

Ad un anno dalla entrata in vigore della legge cosiddetta de La Buona Scuola, tanti stanno provando a tracciare un bilancio dell’efficacia di tale riforma che evidentemente ha toccato alcuni punti importanti della struttura della scuola italiana. Tuttavia esistono delle riforme che vengono dall’alto e dei cambiamenti che possono e devono scaturire dal basso, dal modo cioè in cui si forma e si educa nelle nostre scuole. Don Milani attraverso l’esperienza di Barbiana ci ha lasciato un bonus consistente spendibile da chiunque opera nella scuola in qualsiasi ruolo. Un bonus da spenderci per ridare alla scuola quella autorevolezza che in alcune situazioni ha evidentemente perduta. Siamo consapevoli che solo occhi intelligenti sanno guardare e far guardare le cose in profondità, e soltanto cuori che ardono accendono altri cuori. Sono gli occhi e il cuore di don Milani. 

 

Quanto manca la filosofia nell'educazione?